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I galantuomini di Ottaviano e il demanio
Di Admin (del 21/06/2011 @ 12:23:36, in articoli, linkato 719 volte)
La legge sull’eversione della feudalità, emessa dal re francese Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, ha una notevole carica rivoluzionaria, in quanto sancisce la fine dell’oppressione feudale e lascia trasparire un immediato futuro democratico, visibile nell’assegnazione delle quote demaniali ai più indigenti della popolazione. Siffatto programma, tradotto nel vissuto concreto di Ottajano, fa scattare la reazione dei galantuomini nostrani già nella prima ripartizione delle selve Borde e Cafurchio. Questi ultimi, insinuandosi nel gioco finanziario e diventando soci con gli assegnatari dei demani in virtù della quota da loro versata, ne diventano i padroni di fatto. Non contenti della parziale vittoria, essi attendono la conclusione di tutta l’operazione demaniale, per celebrare il trionfo definitivo. Così, all’indomani della divisione di tutti i demani tra il feudatario e il Comune di Ottajano, sancita l’11 novembre 1811 da Giacinto Martucci, commissario del re, si verifica un fenomeno molto strano: le terre del primo attore sono floride e feraci, quelle della controparte giacciono in uno stato di estrema prostrazione. Tra le diverse motivazioni sottese spicca il forsennato assalto dei galantuomini, i cui rappresentanti, issando il vessillo del monopolio, siedono sugli scranni comunali con ampi appoggi persino a livello provinciale. Fortunatamente i primi tentativi predatori vanno a vuoto, per cui nel 1827 l’intera estensione demaniale pubblica viene divisa in sette sezioni ed ognuna fittata per tre settenni. In questo piano generale non esita ad entrare la corrente dei monopolisti con una ridda di liti giudiziarie le quali, prodotte ad arte per varie e deliberate omissioni, tra cui la mancanza dell’iscrizione ipotecaria, mirano a frodare il Comune e, nel migliore dei casi, a causare il dispendio di notevoli energie finanziarie. Nel crogiolo delle questioni sorte con una certa frequenza dal 1827 al 1849 in tutte le selve demaniali, valligiane e montane, “l’architetto” Pasquale de Rosa recita un ruolo di primaria importanza, per cui tutti credono che egli possa essere un ottimo sindaco, capace di dare una svolta definitiva alla suddetta materia. Su questa base fideistica si fonda l’investitura dell’interessato nel 1850. Ma fin dai primi passi della nuova amministrazione incominciano a sgretolarsi le speranze generali. Infatti, le autorità comunali mostrano prontezza nel modificare le offerte dei privati con condizioni lesive degli interessi della collettività, per cui giunge puntuale la ripulsa superiore. Questo tassello fa parte di una strategia ad ampio spettro, finalizzata ad acuire il degrado delle selve demaniali, al punto che esse non attirino oblatori, surrogati dagli immancabili monopolisti che ne vengono in possesso a bassissimo costo. In siffatta atmosfera difficile alligna ogni forma di illegalità, non escluso il furto di legname reciso nella selva pubblica Profico e depositato nella vigna appartenente ad Arcangelo de Vito, puntualmente denunciato al sindaco. Costui, convocata la commissione, costituita dal coadiutore del primo Eletto, dai decurioni Crescenzo Giordano e Salvatore Auriemma, si reca in loco in compagnia del commesso comunale Giuseppe Ranieri ed i “servienti” Francesco Menechini e Michele Cutolo per accertarsi de visu della merce trafugata: rinviene, alla presenza del proprietario, otto fascine di legname verde da pochi giorni reciso. Notizie confidenziali portano alla ribalta gravi responsabilità a carico del guardaboschi Francesco d’Ambrosio e delle guardie rurali Antonio Miranda e Angelo Raffaele d’Avino, adusi a perpetrare dietro ricompensa siffatti crimini da ben diciotto mesi con la complicità manuale di Arcangelo Pagano, Gennaro Pagano e Pasquale alias Nzoaturo. Il 15 aprile 1853, il corposo incartamento con la relazione sindacale è inviato al Sottintendente di Castellammare il quale ne mette a conoscenza l’Intendente di Napoli. A questo punto scatta la procedura per la sospensione dei suddetti dipendenti pubblici con la contemporanea quantificazione dei danni che ascendono a 266 ducati e quaranta grana. Il successivo intervento dell’ispettore forestale non solo conferma l’accaduto, ma ne estende l’entità in un raggio d’azione diffuso, avallata da altre denunce che fanno salire il risarcimento a 4500 ducati. Su tali basi procede l’indagine, nel cui mirino entra anche l’amministrazione comunale con l’imputazione di mancata sorveglianza. Quest’ultima imputazione si aggrava ulteriormente in complicità oggettiva con i trasgressori nella persona del sindaco Pasquale de Rosa, accusato apertamente da una commissione ad hoc deputata e costretto alle dimissioni. Ancora una volta si prospetta il lungo e tortuoso iter giudiziario che, affidandosi al potere levigatore del tempo, smussa sempre più le accuse dei responsabili e attenua la portata delle decisioni finali. In controluce i fondi demaniali continuano a dimenarsi tra le acute sofferenze dell’infermità e al loro capezzale assistono impietosi i galantuomini. E’, forse, cambiato qualcosa nel nostro attuale momento storico, ove agiscono soltanto nuovi protagonisti in uno scenario diverso?
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